L’esperienza indicibile: il trauma del “Dolce Domani”

Riflessioni psicoanalitiche su The Sweet Hereafter di Atom Egoyan

di Irene Battaglini

Cartografie dell’Inconscio Sociale – Ottobre 2025

Contributo al Seminario del CicloPianeta Transfert del 4 ottobre 2025 “La complessità delle traiettorie traumatiche”, della Scuola di Psicoterapia Erich Fromm

The Sweet Heareafter

C’è un autobus giallo che non arriva mai a destinazione, e il ghiaccio che lo inghiotte diventa più eloquente di mille parole. È un altare di provincia, un piccolo Golgota canadese dove la morte non ha volto, ma rumore sordo d’acqua e di legno. In The Sweet Hereafter, il trauma non è un evento: è una temperatura, una camera di sospensione. Tutto è bianco, tutto è fermo, e la parola “dopo” si scioglie come neve sul respiro. Non c’è più un prima. Non c’è più niente che ritorni. C’è solo l’eco di ciò che avrebbe potuto accadere e che non accadrà mai. L’orrore, come direbbe Correale, non è tanto l’impatto, ma la persistenza del suo suono, la fascinazione che esercita sul sistema nervoso, il desiderio oscuro di restare vicino al fulcro dell’esplosione. Il trauma, in fondo, è un dio minore che promette onnipotenza e ci lascia orfani. 

Si potrebbe dire che il paese del film è un grande apparato psichico dissociato: l’avvocato è l’Io che si illude di poter dare un senso, Nicole è l’Emozione congelata che finge di non sapere, la comunità è la parte apparentemente normale che va a messa, prepara la cena, si trucca di fronte allo specchio incrinato della rimozione. Tutto il resto è un organismo vivente che respira male, che non deglutisce memorie velenose. Van der Hart lo spiegherebbe con le sue categorie — ANP e EP 1— ma qui il linguaggio della scienza si ritrae, perché la scena è mitografica: c’è una ninfa di neve che ha mentito per salvarsi, c’è un padre che ha toccato il corpo sacro della figlia, e tutto il paese diventa il testimone di un incesto tra colpa e perdono che allude ad una cosmogenesi ancestrale. 

In certe scene, il tempo si piega come una stoffa spessa: l’immagine della ragazza in sedia a rotelle, la voce che legge la fiaba del Pifferaio Magico, e quella musica sottile che si spinge oltre la morale. Goethe lo sapeva: i bambini non vengono portati via, si offrono al suono. È la musica del trauma che li chiama. Nessuno li rapisce: essi vanno. È la stessa voce che in analisi si insinua nei sogni, che ci fa seguire le tracce dell’orrore fino a scoprire che il colpevole è anche la nostra parte più amata. La psiche, nel trauma, si piega su se stessa e si parla contro. Faimberg l’ha chiamata identificazione alienante, ma è anche una forma di possessione lirica: la vittima che custodisce l’aggressore dentro di sé per non perdere tutto, per non perdere l’origine. Chi mente, in questo senso, non tradisce: protegge. Mente per mantenere in vita la scena. La menzogna come gesto amoroso, il falso come atto di fedeltà: la psicoanalisi lo sa, anche quando finge di non saperlo. 

La colpa del sopravvissuto è un’abitudine, un sottofondo. Nicole la porta addosso come una cicatrice senza sangue. Il corpo parla al posto della parola, la paralisi è un alfabeto segreto. Nel film, il gesto più scandaloso non è il processo, ma la sua impossibilità. Non c’è colpevole perché tutti lo sono. Il trauma collettivo non si elabora: si eredita. Si trasmette come un virus dormiente, come una canzone che non si riesce a smettere di canticchiare. Abraham e Torok direbbero che il paese intero è una cripta. Sotto la chiesa, sotto le case, sotto la neve, ci sono parole non dette che si protendono come aquiloni neri, pronte a esplodere nei sogni dei figli. 

E allora che fare, dice “l’Analista”, davanti a questa orchestra di silenzi? Non interpretare. Non guarire. Non toccare l’intoccabile. Restare. Custodire l’opacità. Aspettare che qualcosa — una crepa, un respiro, una memoria improvvisa — permetta alla non-mente di tornare a pensare. Il trauma è un dispositivo geopolitico, psicosociale, un varco tra due mondi: quello che fu e quello che poteva essere. Chi ne parla troppo presto, lo perde. Chi lo tace troppo a lungo, lo diventa. 

Il lago non dimentica. Ogni trauma collettivo è un lago che galleggia sulla storia, un’acqua che riflette senza restituire. E la psicoanalisi, se ha ancora un compito, è forse quello di insegnare a guardare il ghiaccio senza rompersi, di stare accanto alla menzogna senza giudicarla, di trovare nella paralisi il movimento più segreto dell’anima. Forse il trauma, alla fine, è la nostra forma più pura di appartenenza. 

Introduzione: il trauma come scena collettiva

Nel film The Sweet Hereafter (Atom Egoyan, 1997), un piccolo paese del Nord viene colpito da una tragedia che spezza il tempo: un autobus scolastico sprofonda nel lago ghiacciato, portando con sé quasi tutti i bambini della comunità.

Da quel momento, la vita sembra fermarsi. Il paesaggio innevato si fa specchio di un congelamento psichico, e ogni personaggio si muove come un sopravvissuto, trattenendo dentro di sé un dolore che non trova parola.

Il trauma collettivo, in questo film, non è rappresentato come un evento passato, ma come un clima mentale che avvolge l’intero gruppo. È una condizione sospesa, una “cristallizzazione dell’esperienza”, per usare le parole di Antonello Correale, dove la memoria individuale e quella collettiva si fondono fino a perdere i confini.

Il trauma come esperienza dell’intoccabile

Correale, nel suo saggio La trasmissione del trauma (2013), scrive che il trauma è “l’esperienza del contatto con l’intoccabile”, una potenza oscura che affascina e terrorizza insieme.

Non è solo ferita, ma anche attrazione verso ciò che sfida i limiti della rappresentazione. Come scrive Freud in Totem e Tabù, la morte e il sacro condividono la stessa ambiguità: ciò che non si può toccare, ma da cui non si può distogliere lo sguardo.

Nel film, questa ambivalenza è costante. L’acqua che ha inghiottito i bambini è il simbolo stesso del trauma: calma e mortifera, trasparente e opaca. L’intera comunità continua a contemplarla, come ipnotizzata. È il tentativo di toccare senza toccare, di guardare il trauma da una distanza di sicurezza che però non cura.

Dissociazione e scissione della mente

Onno van der Hart, con il suo modello della dissociazione strutturale della personalità, ci offre una chiave potente per comprendere il funzionamento psichico post-traumatico.

Nel trauma grave, la mente si divide in due parti: una parte apparentemente normale (ANP), che tenta di proseguire la vita quotidiana, e una parte emozionale (EP), congelata nell’attimo dell’impatto, dove il tempo non scorre più.

Nel film, Nicole – la ragazza sopravvissuta ma rimasta paralizzata – incarna la parte emozionale del gruppo. È il corpo che non dimentica, la voce che non parla.

La sua menzogna finale, pronunciata in tribunale, non è inganno ma difesa: la strategia di una mente divisa che tenta di sopravvivere. La sua verità è una verità che mente, perché dire la verità significherebbe morire una seconda volta.

La verità che mente: l’identificazione alienante

Faimberg descrive, con la nozione di identificazione alienante, un processo in cui l’oggetto traumatico si impianta all’interno del soggetto, prendendone possesso.

Il traumatizzato non parla solo con la propria voce, ma anche con quella dell’aggressore, dell’abusante, del persecutore interiorizzato.

Nicole mente perché parla la lingua del suo carnefice.
Nel tentativo di salvarlo, salva la relazione.
Ma in questo gesto di protezione si consuma il sacrificio della propria verità.

In termini clinici, ciò che appare come “menzogna” è spesso un modo per preservare la coesione del Sé, un atto di fedeltà traumatica.

L’analista, allora, non deve smascherare, ma ascoltare la funzione difensiva del falso.
La verità, nel campo del trauma, non è un dato ma un processo relazionale.

Il gruppo come campo del non-detto

Il trauma collettivo non si elabora solo attraverso la memoria individuale. Correale si chiede se un gruppo possa davvero “fare lutto”.

La risposta, forse, è che il gruppo non può piangere come un individuo, ma può sognare insieme ciò che non si può ancora dire.

Il rito, la parola condivisa, l’immagine, la musica — sono tutti modi per restituire movimento a ciò che è rimasto immobile.

Nel film, la causa legale che l’avvocato porta avanti è l’esatto contrario di un rito: è una sostituzione della parola con il linguaggio del potere.

Lui stesso, tormentato dal coma della figlia, proietta nella comunità la propria impossibilità di elaborare.
Il processo diventa quindi un acting out collettivo, un modo per evitare il contatto con il vero lutto.

Il compito dell’analista: custodire il silenzio

In un contesto clinico, il trauma collettivo chiama il terapeuta a un compito delicato: tenere il campo del silenzio senza forzarlo verso la parola.

Non si tratta di interpretare troppo presto, ma di sostenere l’opacità, di permettere che il dolore diventi esperienza condivisa e simbolizzabile.

Come l’acqua del lago nel film, anche la mente traumatica ha bisogno di una superficie che rifletta senza inghiottire.

Solo quando il silenzio trova un testimone, può nascere una narrazione nuova — non quella della verità assoluta, ma quella di una verità possibile.

Conclusione: il tempo del dopo

The Sweet Hereafter ci parla del “dopo” del trauma: il tempo in cui non accade più nulla, ma tutto continua a risuonare.

Il trauma, come scrive Correale, non si trasmette come evento, ma come derivato: colpa, insaziabilità, dubbio sull’etica, identificazioni multiple.

Il compito della psicoanalisi è riconoscere questi derivati e offrirgli un luogo dove possano essere pensati, rappresentati, forse trasformati.

Nel gelo del trauma, ogni parola vera nasce da un atto di fiducia.
Ed è proprio in questa soglia fragile — tra la parola e il silenzio — che si apre il lavoro analitico, e con esso la possibilità di una rinascita collettiva.

Bibliografia essenziale

Correale, A. (2013). La trasmissione del trauma. Quaderni di Cultura Junghiana, 2(2).
van der Hart, O., Nijenhuis, E., Steele, K. (2006). The Haunted Self: Structural Dissociation and the Treatment of Chronic Traumatization.
Faimberg, H. (2005). L’identificazione alienante. Borla.
Abraham, N. & Torok, M. (1978). L’ombra e il nucleo.
Egoyan, A. (1997). The Sweet Hereafter [film].

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