Sogno, infinito e aureo stato nascente

Il presente contributo è pubblicato in «Sineresi», 6 ottobre 2019.

 

Mi era chiaro che la casa rappresentava una specie di immagine della psiche, cioè della condizione in cui era allora la mia coscienza, con in più le integrazioni inconsce fino allora acquisite. La coscienza era rappresentata dal salotto: aveva un’atmosfera di luogo abitato. Col pianterreno cominciava l’inconscio vero e proprio. Quanto più scendevo in basso, tanto più diventava estraneo e oscuro. Nella caverna avevo scoperto i resti di una primitiva civiltà, cioè il mondo dell’uomo primitivo in me stesso, un mondo che solo a stento può essere raggiunto o illuminato dalla coscienza. Il mio sogno rappresentava pertanto una specie di diagramma di struttura della psiche umana. Il sogno divenne per me una immagine guida. Fu la mia prima intuizione dell’esistenza, nella psiche personale, di un a priori collettivo che ritenni fosse costituito da tracce di primitivi modi d’agire. In seguito, con la più vasta esperienza e sulla base di più ampie conoscenze, ravvisai in quei modi d’agire delle forme istintive, cioè degli archetipi.
C.G. Jung

 

Questo lavoro racchiude una sintesi di una catena di contributi esplorati all’interno del Workshop Interpretazione dei Sogni attraverso il diaframma potentissimo offerto da Jung nel grande scenario offerto da I Simboli della Trasformazione, un lavoro scritto nel 1912 e dopo oltre un secolo ancora in grado di fecondare il pensiero con il simbolo. La dimensione antropologica e spiccatamente esegetica, di taglio simbolico, ha fatto quindi da substrato per l’itinerario speleologico alla scoperta del magma prezioso della materia onirica, quella stoffa, quel luogo impalpabile che chiamiamo sogno. Nel corso non si è posto l’accento sui conflitti interpretativi sul “sogno” generati dall’attrito tra scuole e maestri, ma sulla funzione mitopoietica e sulla generatività di bellezza e di conoscenza che sta nelle pieghe mitocondriali del sogno; le diverse visuali possono certamente essere motivo di un più acceso desiderio di violarne il mistero, che sembra tuttavia destinato a restare tale, nonostante nella contemporaneità le neuroscienze e le scienze cognitive abbiano tentato di afferrarne più volte i drappi scivolosi del suo abito sempre, invariabilmente, nuovo.

 

Se nel mondo greco il sogno, insieme all’estasi e alla visione, offre uno sguardo al trascendente, gettando un ponte tra l’uomo e il suo destino, lasciando al sognatore le tracce oniriche del suo passaggio, nel pensiero moderno il sogno diventa la via di accesso al mondo interno. Secondo la teoria psicoanalitica inaugurata da Freud nel noto Die Traumdeutung (L’interpretazione dei sogni) spiegò questa modalità di funzionamento dell’apparato psichico descrivendo la psicologia dei processi onirici e fornendo una nuova modalità di decodificazione.

 

Nel pensiero di Platone possiamo individuare le tracce di una commistione tra mondo interno e mondo esterno, poiché il filosofo considera il sogno sia come segno del trascendente sia come espressione degli impulsi irrazionali, individuali, del sognatore. Il sogno “personale”, che oggi diciamo essere frutto di una sempre nascente soggettività, se nel mondo Greco non abbisognava di interpretazione ma più verosimilmente di una ermeneutica di “Destino”, con la psicoanalisi diventa il focus della ricerca, «la via regia per accedere all’inconscio» secondo Freud, ma oggi potremmo dire la nobile antinomia tra gli spazi geometrici opposti all’interno della dimensione della soggettività.

 

Secondo Carl Gustav Jung i sogni potrebbero essere “letti” oltre che col metodo causalistico del suo maestro Freud, che dal sogno perveniva ai motivi inconsci connessi alla storia del soggetto, anche con quello prospettico: l’osservazione della traiettoria prospettica della potenzialità psicologica del sognatore diviene la rivisitazione di una prospettiva platonica, in cui oltre ai contenuti dell’inconscio personale, anche i temi propri dell’inconscio collettivo trovano la propria condizione espressiva.
Jung giunse a formulare il concetto di inconscio collettivo proprio grazie all’interpretazione di un suo sogno, in cui compare la “casa”. Scrive Jung:

 

Il sogno è una porticina nascosta nei recessi più interni e segreti dell’anima, che si apre su una notte cosmica che era già psiche molto prima che vi fosse una qualsiasi coscienza dell’Io, e che rimarrà psiche per quanto la coscienza egoica possa espandersi. Perché ogni coscienza egoica è isolata: separa e discrimina, conosce solo i particolari e vede solo ciò che è rapportabile all’Io. È essenzialmente limitazione, benché possa raggiungere le più lontane nebulose fra le stelle. Ogni coscienza separa; ma nei sogni indossiamo le sembianze di quell’uomo più universale, più vero, più eterno, che abita l’oscurità della morte primordiale. Là egli è ancora il tutto, e il tutto è in lui, indistinguibile dalla natura e privo di ogni egoicità. E’ da queste profondità unificanti che il sogno emerge, per quanto infantile, grottesco e immorale possa apparire. È tanto simile a un fiore, nel suo candore e nella sua veracità, che ci fa arrossire della falsità delle nostre vite.

 

La Madre e l’Eroe, l’incesto e il demone, la nostalgia e la verità: le dimensioni e i protagonisti del sogno si fondono in un viaggio dai mille imprevisti, dove la città e il sottosuolo coesistono in modo improbabile, l’amore e l’assassinio si abbracciano con passione divorante, l’istinto e la coscienza si arricchiscono in un reciproco fraintendimento, il tempo e lo spazio sono immersi in un oceano dai fondali ricchi di energia primigenia, anteriore, precedente alla cosmogonia.

 

Ricostruire gli antecedenti storici dell’interpretazione freudiana, ispirata dai grandi orizzonti di Goethe, Nietzsche e Schopenhauer, e farne il crogiuolo in cui prende vita la “prima topica”, è certamente un dovere esegetico della psicoanalisi contemporanea. E la psicoterapia psicoanalitica, nelle more del divenire relazionale, interpersonale, intersoggettivo, fa suo precipuo compito lo studio dei meccanismi costitutivi di quella quota dell’inconscio – per lo più di ordine pulsionale – che, per effetto del trauma o per la pervietà del desiderio “inconfessabile”, è appunto oggetto di rimozione, di censura, di repressione. È proprio quello, in effetti, il tipo di “inconscio” che il sogno mette in luce sul palcoscenico della mente, attraverso meccanismi di spostamento, condensazione, sovra-determinazione.

 

A rendere particolarmente interessante la dimensione “cinematografica” del sogno, è la qualità negativa, ovvero assente, privata, del tempo e dello spazio nel loro intreccio – talvolta inquietante e diacronico – che stabilisce il nodo nel punto dolente, dominato da un eterno presente.

 

Un paziente porta più sogni, fatti in notti diverse; pur ammettendo che questi sogni sono staccati, in realtà sono uniti in filigrana già quando sono stati fatti. Anche il trauma è atemporale. I tempi si sovrappongono e si intersecano, il sogno è isomorfo all’inconscio, e non solo custode del sogno: non solo funzione, ma anche “metodo”; metodo terapeutico, via di conoscenza, scenario di opportunità, ma soprattutto mondo vissuto in un sentiero a-logico, folle eppure bipartito, ricco di potenti simmetrie, sovrapposizioni, aderenze, vischiosità intrapsichiche aggrappate all’apollineo diurno. Nel sogno vige la logica non aristotelica, direbbe Ignacio Matte Blanco, una logica in cui viene meno il principio di non contraddizione. Il sogno ci dice delle cose che possono essere nello stesso momento contrapposte e contraddittorie; come nel pensiero psicotico, nel pensiero infantile, la simmetrizzazione dei significati informa la ricerca di un senso altro, nuovo, ultramondano; vengono sovvertite la gerarchizzazione classica o il principio di identità aristotelico (se, se): io posso essere mio padre, o mio padre essere me. Insiemi di concettualizzazioni che si possono applicare al sogno, all’inconscio, alla psicosi regressiva, intesi come mondi, come dimensioni dell’esistenza psichica, scrive Matte Blanco ne L’inconscio come insiemi infiniti:

 

Vi è una citazione di Freud che lascia intravvedere la formulazione ora presentata. [a proposito della simmetria categoriale nel sogno di oggetti appartenenti a ordini gerarchicamente non sovrapponibili di significato, n.d.A.]. Egli fece, incidentalmente, una delle osservazioni più profonde della letteratura classica sulla schizofrenia quando, nella penultima frase del suo lavoro L’inconscio (1915, trad. it. p. 88), scrisse: «D’altro lato, possiamo cercare di caratterizzare il modo di pensare degli schizofrenici dicendo che tratta le cose concrete come se fossero astratte». (p. 156 e segg.).Vi è una citazione di Freud che lascia intravvedere la formulazione ora presentata. [a proposito della simmetria categoriale nel sogno di oggetti appartenenti a ordini gerarchicamente non sovrapponibili di significato, n.d.A.]. Egli fece, incidentalmente, una delle osservazioni più profonde della letteratura classica sulla schizofrenia quando, nella penultima frase del suo lavoro L’inconscio (1915, trad. it. p. 88), scrisse: «D’altro lato, possiamo cercare di caratterizzare il modo di pensare degli schizofrenici dicendo che tratta le cose concrete come se fossero astratte». (p. 156 e segg.).

 

E così torna lo psicoanalista cileno, a proposito del Caso degli oggetti parziali:

 

Passerò ora a discutere un altro esempio dell’identificazione tra la parte e il tutto. Mi riferisco alla nozione di “oggetti parziali”, un concetto oggi molto in voga. Interpretazioni in termini di seno o pene, concepiti come oggetti indipendenti, sono oggi molto frequenti. […] Nei primi tempi della psicoanalisi interpretazioni in termini di pene erano, per quanto ne so, molto frequenti, ma il pene era sempre una parte, uno strumento o l’espressione di qualche formazione del suo possessore. Ciò non corrisponde a quello che oggi si chiama oggetto parziale. […] Dietro tali interpretazioni vi è l’assunto che l’inconscio tratta entrambi [padre-pene, madre-seno, n.d.A.] come esseri indipendenti, come persone, cioè come oggetti totali. La nozione di oggetto parziale è una nozione che appartiene al pensiero cosciente e serve solo a sottolineare questo fatto. Se il seno non fosse considerato come persona sarebbe un non senso attribuirgli creatività, a meno che questa nozione non venga ridefinita in senso completamente nuovo. […] Ogni volta che l’inconscio si trova davanti ad un “oggetto”, sia esso totale (padre, madre) o parziale (seno, pene), tratta questo oggetto non come un individuo ma come tutta la classe poiché non tratta oggetti concreti o parti; esso, perciò, attribuisce all’oggetto le massime potenzialità che sono implicite nella funzione proposizionale della classe. In altre parole, l’inconscio segue la legge degli insiemi infiniti positivi o negativi: sia che abbia un oggetto, nel qual caso lo ha in tutte le sue (infinite) potenzialità positive come una classe; sia che non lo abbia, nel qual caso la sua assenza viene a significare che questo oggetto ha (infiniti) massimi poteri negativi. (p. 159 e segg.).

 

L’effetto estetico, rassicurante (familiare, di heimlich) e dichiarativo, della narrazione del sogno – inteso come racconto, frutto di una “elaborazione secondaria”, si oppone in una dolente enantiodromia all’effetto estraniante della sua qualità perturbante, l’unheimlich promulgato da Freud nel 1919 e già significato da Schelling nel 1846: «È detto unheimlich tutto ciò che potrebbe restare […] segreto, nascosto, e che è invece affiorato» (Filosofia della mitologia), di cui Hoffmann, autore de L’uomo della sabbia (1815), è considerato da Freud maestro indiscusso in letteratura.
Questo duplice effetto richiede un’opera di decostruzione, nell’accezione che darebbe Derrida. Scrive Richard Iveson:

Nel suo scritto postumo L’animale che dunque sono, il filosofo Jacques Derrida sostiene (2006, p. 86) che la lunga storia della filosofia occidentale è stata dominata dalla «stessa ricorrenza di uno schema che, in verità, non varia». Questo schema, prosegue l’autore, consiste nel fatto che ogni cosa ritenuta «il proprio dell’uomo» deriva da un difetto originario, da un’originaria mancanza, «e dal “si deve” che trova qui la sua forza e il suo impulso». Questo schema predefinito, in altre parole, conferisce all’animale umano il suo eccezionale status ontologico, racchiudendo ogni cosa in un recinto invalicabile delimitato per un verso dalla tecnologia, dal linguaggio e dal tempo, e per un altro dalla società, dalla politica e dalla legge – in funzione e a beneficio della sola umanità. Pertanto, questo schema dominante è anche una dominazione schematica, che continua a garantire all’umano «la sua superiorità di dominio sull’animale». In questa sede, dunque, Derrida continua così la sua decostruzione della dicotomia umano-animale iniziata, addirittura, nel suo primo e importante lavoro, Della Grammatologia del 1967, segnatamente nella sezione intitolata Della Grammatologia come scienza positiva, nella quale egli delinea la struttura della traccia come elemento costitutivo di tutti gli esseri viventi

 

Lo stretto rapporto tra sogno e simbolizzazione, che è alla base del modello epistemologico e trasformazionale, crea di fatto un interessante ponte tra psicoanalisi e psicologia cognitivista. Per quest’ultima il sogno è una modalità specifica di organizzazione cognitiva, che riflette fedelmente la qualità e l’organizzazione delle conoscenze simboliche della mente lungo il suo percorso evolutivo a partire dall’infanzia (qui viene per inciso, ma chiaramente, il problema ontogenetico del sogno). (Dall’Edipo al Sogno, p. 139).

 

Una storia nuova per il sogno, una storia che radica nella formulazione della funzione traumatolica del sogno stipulata da Ferenczi, per la quale il trauma secondario ha l’incarico di richiamare il trauma originario, portandolo alla luce – e dunque facendolo nascere alla coscienza – in termini non tanto ostruenti attraverso il camuffamento, ma liberanti attraverso un modo rielaborato, creativo e più immaginifico, divergente.

Ne Il teatro del sogno lo psicoanalista ebreo-russo-argentino Salom Resnik teorizza una vera e propria iconologia del sogno, una conoscenza delle icone, laddove il sogno si configura come un complesso e affascinante dispositivo atto alla simbolizzazione, in cui il rapporto tra familiare e perturbante si situa in una sorta di laboratorio immaginale denso di tensione creativa, autopoietica. La coerenza del sogno altrimenti non avrebbe un effetto estraniante; il cinema, il teatro, rappresentano un tentativo di metaforizzare la coscienza e la non-coscienza.

 

Che cos’è l’inconscio, in questa metaforizzazione in continuo tentativo di saturare il dominio di destinazione? quello che noi non vediamo e di cui non vediamo gli effetti. Il tentativo di mettere in scena quello che avviene dietro le quinte. L’oggetto del sogno è, alla mente incredula in questo paradosso della capacità rappresentazionale, in realtà non l’opera filmica, o teatrale messa in scena, quanto il back stage, il luogo in penombra dal quale il regista, l’Io del sogno, tiene le fila, in una modalità che non restituisce in modo esplicito, ma che ci consente di immaginare quello che succede, e quindi anche di fantasmatizzare. L’opera stessa è il una sorta di sala prove – che sempre si rivelano fallaci al risveglio – del lavoro onirico a monte e “dietro”, costituito da prove, sceneggiatura, tentativi, montaggi, … Il pensiero, l’emozione, l’idea dell’artista – regista, il sognatore, viene contaminata dalla messa in atto, ma da questo canovaccio teso all’estremo, fino alla lisi del significato ultimo, deve trapelare quello l’ambito emozionale e affettivo, anche attraverso l’uso della tecnica interpretativa.
Questa dimensione metaforica che vede il cinema come approdo dell’opera del sogno e come metodo della sua logica interna di costruzione-decostruzione, è molto cara a Civitarese, che nel Sogno Necessario enuclea dieci vertici di osservazione del mondo onirico, tra i quali “la contemplazione oscura”, “l’incapacità di sognare”, “La rêverie. Ovvero come catturare un (contenuto) Killer”.

 

Di fatto, moltissimi autori hanno esplorato la “via regia”, ed hanno fatto ritorno alla coscienza analitica con una visione sempre nuova, mai satura, ma chiusa: come se il sogno aprisse sempre la mente a nuove prospettive, anche quando lo si studia.
Si tratta qualche volta di scenari classici rivisitati alla luce della psicoterapia psicoanalitica contemporanea, in cui è vivace protagonista la personalità del sognatore, quanto lo stile del terapeuta e la qualità della relazione (nelle sue diverse modalità di trasmissione di materiale psichico) che si instaura tra paziente e terapeuta. Il paradosso sta nel fatto che il sogno è diventato lo spazio transizionale del pensiero creativo tra paziente e analista e non esclusivamente una via regia per spingerci nella notte del mondo. La tecnica che offre maggiori prospettive terapeutiche, pur tenendo conto di tutte le possibili vie (ad esempio, la comprensione dinamica si sposa oggi con la spiegazione neurobiologica), resta sempre quella più ardua: parliamo di una interpretazione e di un lavoro con il sogno attraverso il controtransfert.

 

In questo mondo da esperire, in cui le coordinate del “mondo esterno” fluttuano attraverso lo sguardo vigile e nello stesso tempo inclusivo del terapeuta, l’arte di ascoltare richiede saggezza, pazienza, tempo interno, spazio per quel “linguaggio dimenticato” che il paziente ogni giorno espone alla incomprensione più o meno inconsapevole dei suoi interlocutori.
Nello scenario controtransferale, assume un rilievo centrale il fuoco interpretativo nella mente del terapeuta, in cui è necessaria la ricollocazione degli enunciati nuovi rispetto alla storia antica del paziente. Il raggiungimento di un nuovo ordine di significazione del materiale psichico offerto dal sogno, deve avvenire principalmente attraverso la rinuncia alla conoscenza diretta, l’astensione dal giudizio, affinché avvenga il disvelamento, ovvero la conflagrazione dei simboli nelle nascenti catene che evidenziano lo scarto tra la condizione precedente al sogno, e la nuova comprensione di sé e del mondo.

 

Gli strumenti della non-conoscenza permettono nel controtransfert che la psicogenesi onirica coaguli attraverso un sentiero trasformativo che si avvale delle regole dell’arte della clinica e della psicoanalisi: questo sentiero trasformativo è proprio del processo individuativo e dovrebbe possedere il respiro della fecondazione del logos spermatikòs, nella catena di significazione: parlare, raccontare, enumerare, pensare, sospendere, scegliere, scartare, ordinare; addossando l’arco ermeneutico della catena iniziale a una nuova e successiva catena di significazione che si connette alla prima, in una sequenza progressiva, andando a costituire via via una morula che si aggrappa alla generosa simbiosi che si genera nel tempo e nello spazio analitico.

Il divenire si dipana attraverso il conservare, raccogliere, accogliere, ciò che viene detto e dunque infine nell’ascoltare nuovamente, facendo emergere sempre nuovi significati, che il terapeuta e il paziente conservano nell’ambiente placentare dell’astensione.

 

I punti “mancanti” consistono nella individuazione della “differenza” (diaphorotes) di una cosa, vale a dire di quel particolare segno che la differenzia da tutte le altre cose e la definisce nella sua realtà specifica: saranno le differenze a “dire”; le mancanze a farsi “sentire”; le costanti a “fissare”, tuttavia saranno sempre le risonanze a far muovere le corde delle emozioni, a far vedere i punti dolenti, a dare accesso alla ferita che il sogno sempre reca in sé come una incisione indelebile, potremmo dire la “firma” del paziente, il suo registro narrativo che ne fa regista sempre originale e depositario dell’ultimo punto di sutura.
La peculiarità del sogno è di essere in perenne scambio di significazione con la realtà, e questo è dimostrato dalle diverse interpretazioni che il paziente stesso è in grado di dare allo stesso sogno, rinnovandone ogni volta il portato simbolico nella sua storia e integrandolo nella sua soggettività, erigendolo anche a “testimone” della sua storia. La differenza tra discorso interiore e discorso profferto, è in questo punto la chiave di volta del vuoto interpretativo. Il punto in cui si incaglia il discorso profferto è lo stesso in cui il paziente si assume la paternità diretta del suo sogno e alimenta con se stesso il discorso interiore cui non è possibile eticamente accedere. L’analista può accedere, sul piano razionale, esclusivamente dal diaframma che si apre attraverso la ferita del discorso stesso, la sua fallacia logica. Essendo il sogno apparentemente illogico, evidentemente a-logico, diventa necessario subire questo scacco affinché il sogno appalesi la sua essenza, il suo perenne stato nascente.

BIBLIOGRAFIA

Jung (1912), I simboli della trasformazione, Bollati Boringhieri, Torino 2012.

 

Jung, Simboli e interpretazioni dei sogni.

 

Freud, L’interpretazione dei sogni.

 

Benelli (eds), Per una nuova interpretazione dei sogni. Moretti e Vitali, Bergamo 2004.

 

Borla, Foppiani: Bricolage per un naufragio. Alla deriva nella notte del mondo. Moretti e Vitali, Bergamo 2004.

 

Giuseppe Craparo, L’inconscio non rimosso. Franco Angeli, Milano 2018.

 

Civitarese, Il sogno necessario – Il sogno e la psicoanalisi contemporanea.

 

Mauro Mancia, Il sogno e la sua storia. Dall’antichità all’attualità. Marsilio Editori, Venezia, 2004.

 

Mauro Mancia, Dall’Edipo al sogno. Modelli della mente nello sviluppo e nel transfert. Cortina, Milano 1994.

 

Salomon Resnik, Il teatro del sogno. Bollati Boringhieri, Torino 2007.

 

Giuseppe Craparo, Inconscio non rimosso. Riflessioni per una nuova prassi clinica. Franco Angeli, Milano 2018.

 

Ignacio Matte Blanco (1972), L’inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla Bi-Logica. Biblioteca Einaudi, Milano 1975.Jacques Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book Milano 2006.

 

Derrida, 1967, della Grammatologia.

 

Richard Iveson, Derrida e il desiderio di porre fine a ogni vita. La decostruzione, De Landa e la vivacità degli oggetti. In Animot, L’altra filosofia. A cura di Leonardo Caffo e Maurizio Ferraris, Torino, 2014 n. 1, DOI: https://dx.doi.org/10.13135/2284-4090/1570.