La valenza simbolica e pre-simbolica del colore blu esprime una potenziale correlazione del rilievo percettivo antropometrico come figura, elemento discreto, imbrigliato e confinato nel collo di bottiglia del tempo del mondo, contro lo sfondo infinito, privo di brillanza, opaco eppure trasparente, dell’universo-celeste, un mare nullificante del tempo dell’eterno.
Abstract
La riduzione a “monocromo” dello spazio pittorico di Yves Klein e Lucio Fontana rappresentano, nell’arte contemporanea, il tentativo ultimativo di rendere diacronico e definitorio il “campo magnetico” del blu, che evocherebbe altrimenti il ritorno ad un mondo arcaico, privo di maternità eppure fusionale, regressivo, antinomico e destrutturante dell’universo, infinito per definizione perché la logica infrange contro l’idea di qualche cosa di cui non si ha unità di misura.
La libertà che si apre nell’azzurro è una vertigine aurorale che tange i confini della follia, poiché non è concesso alla mente di unire dentro di sé finitezza e infinito, alba e tramonto, arbitrio e abbandono, se non nell’istante in cui il cielo e l’uomo si fondono in una vetta spirituale, in cui tuttavia la duplice istanza di pienezza e sperdimento si congiungono per poco, in una dimensione difficile da raggiungere, contenere, controllare. Tuttavia l’artista contemporaneo ha tentato con vari mezzi di incorporare, al di qua della rappresentazione concettuale di pittori desueti come Klein e Fontana, e per certi versi Mark Rothko, il tema del blu agganciandolo a forme taglienti, passionali e vivificanti come per esempio il cavallo, che è movimento e figura insieme, in cui apollineo e dionisiaco attraversando il bordo poroso dell’immanenza in una “fuga verso la libertà”, parafrasando Erich Fromm.
Chagall, Franz, Matisse, Kandinskij, Mirò, Matisse hanno utilizzato il blu con la maestria di chi ne conosce l’esercizio del controllo dell’esperienza percettiva attraverso il colore.
All’epoca dell’Espressionismo, all’inizio degli anni ’20 del Novecento, anche il rapporto tra filosofia e poesia cede alla tentazione crepuscolare del blu, al desiderio di essere un tutt’uno con l’amante-amato conservando la libertà qualitativa della coscienza. Ad esempio, la poesia di Georg Trakl costituisce un decisivo punto di riferimento lungo il cammino di pensiero di Martin Heidegger. Ciò che determina l’attenzione dell’autore di Sein und Zeit per l’opera del poeta austriaco è il costante predominare delle disfatte figure della Verwesung, di una crepuscolare decomposizione che accompagna il tramonto dell’anima nell’azzurro della notte spirituale, in quella dimensione che Trakl indica, secondo il modello poetico di Hölderlin, come il Sacro (das Heilige) e che Heidegger interpreta come la differenza ontologica di essere-presente e di essente-presente.
In questo vasto scenario il blu esercita la sua suggestione liberante e vertiginosa anche in una storia a latere della follia e dell’arte, una storia di gruppo, quella del Cavallo Marco: un’opera collettiva, frutto di un laboratorio di teatro, pittura e scultura, realizzato nel 1973 dentro il manicomio di Trieste, diretto da Franco Basaglia: un cavallo di legno e cartapesta, che si ispirava al cavallo in carne ed ossa adibito al trasporto biancheria nell’ospedale psichiatrico, salvato dal macello per volontà degli internati, gli stessi che decisero di dipingere la macchina teatrale di azzurro, come il destriero azzurro di Der Blaue Reiter. Il Cavallo Marco, come un cavaliere blu straniero alla terra e testimone inconsapevole di una istanza di nascita, di liberazione, di radicamento nel nuovo e di trascendenza dalla cosa in sé, scotomizzata e derisa – il manicomio – per andare verso la dimensione della follia dentro il mondo, conduce se stesso al luogo della svolta nell’evento, ossia nella poetica celebrazione di un tramonto nella terra-della-sera (Abend-Land) che è preludio, sulla scorta dello Zarathustra di Nietzsche, all’aurora di un nuovo mattino che tiene in serbo l’avvento di Elis, del fanciullo non-nato.
