La Ferita Narcisistica dell’Impero: USA tra Colpa e Proiezione

I leader e la colpa del mondo

di Irene Battaglini

Cartografie dell’Inconscio Sociale – Ottobre 2025

Una lettura psicoanalitica della crisi americana, da una conferenza di Dario Fabbri


Abstract: L’articolo esplora la crisi identitaria e simbolica degli Stati Uniti attraverso una lente psicoanalitica freudiana e frommiana. A partire dalla “geopolitica umana” di Dario Fabbri, la riflessione interpreta il disagio americano come sintomo collettivo: la ferita narcisistica di un impero che ha smesso di essere amato. La depressione di una civiltà che non riesce più ad amare né ad essere amata diventa il paradigma del trauma occidentale contemporaneo. 

Dario Fabbri: “Geopolitica Umana”

Quando Dario Fabbri parla di “geopolitica umana”, non fa sociologia. Fa psicoanalisi del potere. Dietro l’analisi delle risorse e delle sfere d’influenza, si cela l’altra scena: quella del transfert collettivo, il bisogno nevrotico di proiettare su un Altro (il leader, l’impero) la colpa e la salvezza. 

L’America, in questa chiave, è un popolo depresso. Non è una metafora da talk show, è una diagnosi sull’inconscio di una civiltà. Gli Stati Uniti vivono una crisi narcisistica—la stessa che Freud descriveva in Il disagio della civiltà quando la libido collettiva si ritira dopo un fallimento simbolico. L’impero, convinto di essere la “città sulla collina”, scopre di non essere più l’oggetto del desiderio. Il mondo rifiuta l’identificazione. È la ferita del redentore non riconosciuto, e l’America vi reagisce oscillando tra il pianto e il pugno. 

La Delusione Messianica e il Trauma dell’Onnipotenza 

L’illusione redentrice è il fantasma fondativo di ogni potenza imperiale: credere che l’Altro voglia essere noi. È il mito della Frontiera americana, trasposto oltreoceano come missione secolare. Fromm, in Fuga dalla libertà, aveva già visto il pericolo: l’umanità moderna, terrorizzata dall’autonomia, cerca un’autorità che la sollevi dal peso della scelta. L’America ha offerto la sua libertà non come un cammino, ma come un prodotto da esportazione. 

Quando il mondo ha smesso di comprarlo, il trauma dell’onnipotenza è stato identico, nella struttura, a quello dell’individuo che scopre di non essere più amato. Come l’analizzando disilluso, l’impero crolla sul vuoto: il collasso dell’ideale dell’Io. 

Colpa, Proiezione e la Teodicea Politica 

Fabbri individua in questo gioco la teodicea, il nucleo teologico del potere occidentale. La domanda non è “Perché esiste il male?“, ma “Se la nostra democrazia è buona, perché il mondo la rifiuta?“. 

Trasposta in chiave pragmatica, la teodicea agisce come un meccanismo di difesa essenziale. Il Salvatore (l’ideale americano) deve restare inviolato, immortale. Per evitare la frattura narcisistica (l’ammissione di un limite o un errore strutturale), il male viene proiettato. 

 

La Teodicea: Il Super-Io in Crisi 

Il Genitore Onnipotente (l’ideale dell’Io) deve essere salvato. Mantenendo intatta la sua bontà, l’angoscia insopportabile della colpa viene spostata sul cattivo specifico (il dittatore, il tiranno, il leader malvagio). Non esistono popoli ostili, solo individui devianti: Putin, Khomeini, Xi. È l’eterno schema nevrotico: “Non ho sbagliato io, è l’Altro che è cattivo.” 

È un modo per conservare intatto il mito della bontà dell’umanità e, insieme, l’innocenza del proprio Sé collettivo. Come nel soggetto in analisi, il momento della verità arriva quando la proiezione cede: quando il male si scopre non altrove, ma dentro la propria struttura. 

 

L’Impero come Super-Io Collettivo 

La manutenzione dell’impero, dice Fabbri, è “antieconomica”. Fromm avrebbe aggiunto: anti-libidica. È un Super-Io planetario che consuma le proprie energie non per creare, ma per mantenere il controllo. Il dominio globale si trasforma in un apparato ossessivo: difendere, prevedere, garantire. 

Come in ogni struttura nevrotica, l’equilibrio si paga con la fatica psichica. Il soggetto imperiale si consuma nel tentativo di gestire le pulsioni (i popoli, le crisi) e di placare un Super-Io sempre più esigente: il “dovere morale” di salvare un mondo che non vuole essere salvato: quando questo Super-Io implode, l’angoscia si scinde si distribuisce su due versanti.

Le Due Americhe: La Scissione del Sé Imperiale

Le Coste – progressiste, woke, post-storiche – incarnano il principio di Colpa. La parte dell’Io che riconosce l’eccesso e si autoflagella, che splitta il passato, fa “erase” con le memorie scomode.
Vogliono purificarsi, chiedere perdono, cancellare la storia. È una forma collettiva di acting out depressivo: la rinuncia al desiderio come espiazione. 

L’Entroterra – Midwest e Sud, l’alleanza dei vinti – incarna la Proiezione. “Non siamo noi ad aver sbagliato, è il mondo a essere indegno.” È il ritorno del narcisismo primario, dell’Io grandioso che si crede tradito anche per aumentare la sua ipertrofia. 

 

Trump è la figura sintomatica. Ha dato voce a questo inconscio: un Ego Ideale arcaico, che trasforma la depressione in rivolta e in vittoria. L’assalto al Campidoglio non è stato solo un gesto politico, ma un atto simbolico: l’irruzione del rimosso (il Sud sconfitto, il Midwest industriale) nel tempio del Super-Io istituzionale. 

L’America è divisa tra due difese estreme: l’autoflagellazione masochista e il sadismo reattivo. Entrambe evitano l’elaborazione del lutto.

Il Ritorno della Storia come Ritorno del Rimosso 

Freud scriveva che la melanconia è il lutto che non si compie. L’oggetto perduto (la centralità, l’amore del mondo) non viene lasciato andare, ma incorporato come colpa. L’America non riesce a elaborare la perdita; continua a controllare il mondo come un nevrotico controlla la propria realtà interna. 

Ciò che Fabbri chiama “ritorno della storia” è esattamente questo: il ritorno del rimosso. L’Occidente, convinto di aver archiviato la violenza e la Realpolitik, la riscopre dentro di sé. Come diceva Spengler ne Il tramonto dell’Occidente, le civiltà muoiono non per stanchezza ma per saturazione di forma: quando il senso svanisce, resta solo la tecnica. 

Anche l’America vive questa fase: la tecnica (militare, digitale) sopravvive all’Eros, alla capacità di creare, e anche alla capacità di sostenere il dolore dell’evoluzione. L’impero che non sa più amare si rifugia nel controllo, come l’individuo ossessivo si rifugia nella regola. Ma la vita non si lascia governare. 

Conclusione: L’Europa e la Fragilità del Post-storicismo 

Ogni epoca proietta sull’impero dominante le quote aggressive e le angosce che la caratterizzano. L’America è oggi il grande schermo della nostra angoscia globale. 

Fabbri mostra che gli Stati Uniti non sono più il soggetto del mondo, ma il suo sintomo. L’analista, direbbe Freud, non guarisce il paziente, lo rende consapevole. E noi europei, figli del post-storicismo, dobbiamo guardare all’America come si guarda a un paziente che ci somiglia. 

Il Post-storicismo è la nostra nevrosi: la Rimozione collettiva delle pulsioni aggressive, con la convinzione che la storia sia giunta a un happy ending di sola economia e moralità, sotto l’ombrello protettivo del Super-Io imperiale americano. 

L’Europa, la cui pace è stata costruita sul rimosso della storia e delegata alla manutenzione ossessiva americana, è la provincia più minacciata dal crollo delle sue difese. L’America è grandiosa, fragile, ancora prigioniera del proprio ideale. 

 

Parafrasando Nietzsche, “chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare a sua volta un mostro”: l’impero americano, con la sua colpa e il suo orgoglio, è l’immagine collettiva di questa lotta. E noi, che abitiamo nelle sue province, viviamo dentro il suo sogno interrotto. 

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