Il Sabotatore piccolo saggio: sentinella antica, passo indietro.
Articolo
di Irene Battaglini
Rubrica Palaver – Psicologia dell’Inconscio Sociale
Il Piccolo Saggio Sabotatore
Immaginate un’ombra che non proietta luce ma la inghiotte con garbo, accovacciata nel vestibolo della mente, un piccolo oracolo dal sorriso obliquo che sussurra nessi mentre il corpo, là sotto, freme ancora di correnti non nominate, pronte a erompere come fiumi sotterranei che premono contro la diga della lucidità: è lui, il Piccolo Saggio Sabotatore, presenza che ho incrociato per decenni nella mezza ombra delle stanza di analisi, negli assunti di base che si aprono e si richiudono nei gruppi, nelle supervisioni dove le parole si fanno bisturi, e persino nei rivoli rumorosi dei social, dove i traumi antichi si travestono da aforismi e i desideri si specchiano in like fugaci.
Non urla, non oppone resistenza plateale, non frantuma specchi con gesto barbaro il Piccolo Saggio Sabotatore; comprende, invece, comprende con una precisione quasi oscena, avvolge ogni pulsione, ogni eco infantile, ogni copione ripetuto in un arazzo di spiegazioni così fitto da non lasciare più spazio al respiro grezzo dell’esperienza. Un narratore interiore troppo saggio, un wise inner child invecchiato precocemente che decifra il sogno prima ancora che il sognatore si svegli, che collega i punti ma non percorre la linea.
Una parentesi letteraria: il Piccolo Principe
(Una lunga parentesi, da leggere con quel sorriso disincantato che a volte ci concede la letteratura quando guarda se stessa allo specchio: pensate al Piccolo Principe, quel viaggiatore minuscolo che lascia il suo asteroide per inseguire una rosa vanitosa e spinosa, che si punge apposta per poi lamentarsene con eleganza cosmica, che sceglie il morso del serpente come biglietto di ritorno a casa, quasi che il dolore fosse l’unico passaporto valido per rientrare nel proprio giardino originario.
Non è forse, in controluce, un raffinato esercizio di introversione infantile – non patologica, intendiamoci, ma archetipica, quasi baudelairiana – dove la sofferenza viene eletta a rito necessario, a prova di fedeltà verso ciò che si ama proprio perché ferisce? Lui parte, soffre, torna: un ciclo che incanta perché lo riconosciamo come nostro, quel volersi ferire per sentirsi vivi, quel preferire il veleno familiare al nulla anestetizzato degli adulti che contano pecore invece di stelle.
Eppure, con quanta grazia Saint-Exupéry lo riveste di poesia, trasformando l’auto-sabotaggio in parabola universale, senza mai nominarlo crudamente – solo lasciando che il lettore, se vuole, vi scorga il proprio riflesso in quel bicchiere di assenzio stellare.)
Quando l’intelligenza diventa carceriere
E se vi chiedeste, voi che ascoltate da dietro lo schermo o dalla vostra poltrona, se quella stessa intelligenza affilata – lama freudiana temprata da anni di transfert e controtransfert, da letture lacaniane e da un pizzico di distacco orientale innestato su radici mediterranee – non stia diventando, a vostra insaputa, il più elegante dei carcerieri?
Perché comprendere è un gesto alchemico, un filo teso tra frammenti sparsi dell’inconscio, un ponte gettato sopra voragini dove i traumi si annodano come radici di un albero genealogico; eppure comprendere non equivale a trasformare, può anzi tramutarsi in un sortilegio paludoso, in un arresto del flusso, in una dimora di cristallo dove la conoscenza si solidifica e la lucidità diventa un’esile torre d’avorio che protegge dal vento ma impedisce di volare.
La mente che illumina ma non trasforma
Come scriveva Pascal nei suoi Pensieri, «tutta la vostra intelligenza può solo farvi capire che non troverete in voi né la verità né il bene», un monito che suona crudele nella sua limpidezza: la mente illumina l’abisso ma non lo colma, e a volte lo rende persino più abitabile, più confortevole nella sua vuotezza.
Quando l’angoscia sale – marea opaca, onda di echi che non hanno ancora nome –, il Saggio Sabotatore non si dissolve in nebbie dissociative, non esplode in gesti impulsivi; pensa. Analizza con la grazia di un calligrafo che traccia ideogrammi sul dolore, contestualizza con maestria da antiquario, relativizza fino a dissolvere la punta acuminata dell’esperienza in un discorso levigato.
La mappa al posto del territorio
La mappa prende il posto del territorio, il pensiero intercetta il sentire prima che esso si incarni, e l’equilibrio resta in piedi: pulito, funzionale, immobile come un lago artificiale sotto la luna.
Esiste poi una sua variante più eterea, quasi alla moda in questi tempi di accelerazione spirituale: la trascendenza cognitiva. Il lessico si alza – consapevolezza, integrazione, distacco, evoluzione – e il dolore viene “compreso”, “accettato”, “trascinato nella luce” con una rapidità che somiglia a una fuga. Sotto la patina alta resta intatta la paura di sostare nel punto in cui l’identità trema come una fiamma esposta, in cui qualcosa deve davvero crollare, sgretolarsi in polvere archetipica, perché un altro ordine possa emergere dal caos fertile.
Il sigillo del “so già”
E quel “so già”, quante volte ha risuonato come un sigillo nelle stanze dove il tempo rallenta: “So già perché ripeto questo schema”, “So già da quale parte interiore proviene”, “So già che è una difesa”. Frase che può essere trionfo oppure soglia sbarrata; quando il sapere si fa definitivo, quando smette di partorire domande e genera solo conferme, quando la mappa non invita più a camminare ma diventa essa stessa la meta, allora il Sabotatore Piccolo Saggio ha assunto il comando silenzioso.
Non c’è guerra dichiarata, solo una calma vetrata, un silenzio che non è quiete ma sospensione armata. Ricordate Dostoevskij, quando nei Demoni fa dire a uno dei suoi personaggi che «una rapida comprensione è solo il segno della volgarità di quel che si è compreso»: ecco, il nostro Sabotatore è maestro in quella rapidità volgare che finge profondità.
Oltre la lucidità: attraversare
Il cammino – per chi ascolta da dentro la professione, da dentro il proprio percorso, o da un semplice scroll distratto sui social – non consiste nel bandire la lucidità, ma nel ridarle il rango di serva fedele e non di sovrana assoluta.
La trasformazione inizia quando la comprensione smette di essere diga e diventa passerella instabile sopra l’abisso, quando il sapere non controlla più l’esperienza ma la sostiene mentre la si attraversa, quando si accetta di dimorare nel non-sapere, nel sentire torbido e rischioso, nel corpo che registra prima ancora che la mente abbia trovato il nome.
È in quello spazio vulnerabile, in quella crisi che sa di vento primordiale, che il Sabotatore può essere guardato non come avversario da esorcizzare, ma come sentinella antica, protettrice astuta che ha vegliato sulle ferite quando erano ancora aperte. Ora, con un gesto empatico e insieme tagliente verso le nostre stesse ombre, può arretrare di un passo, lasciando che la conoscenza non chiuda più le porte alla metamorfosi, ma le spalanchi su paesaggi immaginali dove il cambiamento non è solo decifrato, ma attraversato, abitato, incarnato in un eterno ciclo di dissoluzione e rinascita.
E voi – siete disposti a quel passo minuscolo e immenso, a lasciare che la vostra saggezza interna si inchini, per una volta, al mistero di ciò che ancora non ha parole?
