L’identità liquida: il Sabotatore Mediatore e l’arte di dissolversi negli altri
Articolo
di Irene Battaglini
Rubrica Palaver – Psicologia dell’Inconscio Sociale
Empatia o dissoluzione? Quando la capacità relazionale diventa difesa
Nella clinica contemporanea incontriamo sempre più spesso soggetti dotati di una notevole competenza relazionale: persone capaci di ascoltare, comprendere, anticipare i bisogni altrui, modulare il proprio comportamento in funzione del contesto.
A uno sguardo superficiale, questa capacità viene facilmente scambiata per empatia matura, intelligenza emotiva, adattabilità.
Eppure, in molti casi, ciò che osserviamo non è empatia, ma iper-adattamento difensivo.
L’empatia sana implica la possibilità di sentire l’altro senza smarrire il proprio centro.
L’iper-adattamento, invece, nasce quando il legame viene mantenuto al prezzo di una progressiva erosione del Sé.
È qui che prende forma quello che definisco Sabotatore Mediatore: una configurazione interna che lavora incessantemente per mantenere l’equilibrio relazionale, neutralizzare il conflitto, assorbire le tensioni, ma lo fa sacrificando il soggetto stesso.
Il Sé plastico: genesi psicodinamica del Sabotatore Mediatore
Mediare come difesa: la neutralizzazione del conflitto
L’adattamento eccessivo come trauma relazionale reiterato
Implicazioni cliniche: lavorare con il Sabotatore Mediatore
In terapia, questi pazienti appaiono spesso collaborativi, riflessivi, “facili”.
Ma è proprio questa apparente facilità a costituire una trappola controtransferale.
Il rischio è che anche il terapeuta venga inconsciamente arruolato nella funzione mediatrice del paziente, confermando il copione adattivo anziché metterlo in questione.
Il lavoro clinico non consiste nello smascherare brutalmente la difesa, ma nel ricostruire la possibilità di un conflitto abitabile, non distruttivo, non disorganizzante.
Solo quando il soggetto può sperimentare che il legame regge anche alla differenza, alla frustrazione, al limite, il Sabotatore Mediatore può progressivamente disattivarsi.
Tornare al centro: dalla mediazione alla soggettività
Tornare al proprio centro non significa rinunciare all’empatia o alla capacità relazionale.
Significa disentanglare l’amore dall’annullamento, la cura dall’auto-sacrificio.
Il Sabotatore Mediatore non va demonizzato: è stato, a lungo, una soluzione.
Ma come tutte le soluzioni difensive, ha un tempo di validità.
Il lavoro analitico apre la possibilità di una nuova postura:
non più vivere come luogo di compensazione dell’altro, ma come soggetto pieno, differenziato, desiderante.
Solo allora l’identità smette di essere liquida per diventare abitabile.
