Una recensione a Psiche aperta

Ho incrociato per la prima volta l’ultimo libro di Dario Fabbri in un viaggio a Torino. Era la fine di settembre di quest’anno, l’autunno già incalzava – ancora vagamente sottomesso al fondo rosso della fine dell’estate – colmo dell’azzurro livido delle montagne lontane, così lontane che le puoi quasi toccare se ti sporgi da piazza Bernini e dirigi lo sguardo dalla “Strada di Francia” alla Valle di Susa.

Sotto la pelle del mondo per capire la Geopolitica Umana

Il titolo reclamava attenzione. Sotto la pelle del mondo. Seguivo di tanto in tanto gli interventi del Direttore di Domino sui canali di argomento, preceduta solo dall’algoritmo occulto della rete. Per uno strano gioco associativo, ho pensato subito, mentre lo sfogliavo, ad una citazione celeberrima, dal sapore un po’ acidulo, posta a margine di tesi, saggi e opere: «Ich laufe auf zerrissenen Sohlen» [1]. Un verso di Gottfried Benn, tratto dai versi di Turin: una straziante evocazione dell’infinito peregrinare di Friedrich Nietzsche tra gli altopiani del simbolico, che dall’estasi dionisiaca scivolano nella tragica discesa agli inferi freddi della follia, incarnata nel mondo disadorno di una Torino amara e algida, che prelude tutta al tramonto di Occidente.

 

Cammino su suole strappate”, suona così in italiano il verso del tedesco dapprima filo-nazionalsocialista, e poi perseguitato dalle alte sfere letterarie naziste: sulla soglia del misero delirante erratico, il poeta incide la metafora del cammino esistenziale, politico, filosofico e filologico, di Friedrich Wilhelm Nietzsche: un essere umano per le vie del mondo. Le “suole strappate” suggeriscono un cammino consumante, un viaggio che mette a dura prova l’individuo, un logoramento intorno alla disillusione e al vuoto di una esistenza erosa e radicata nell’inizio della “fine” della Storia: il Novecento.

 

Nietzsche e la Geopolitica Umana

Credo che Nietzsche sia stato il precursore involontario di quella Geopolitica Umana teorizzata e fondata da Dario Fabbri: la crisi della modernità, il tramonto degli ideali occidentali, un tema caro a Nietzsche e ricorrente nel libro di Fabbri.Si recita così nel primo risvolto di copertina di Sotto la pelle del mondo, a descrivere la nuova disciplina: “applicazione di storie, antropologia, linguistica, psicologia alle vicende del mondo”. Poco più avanti, in Anticamera, l’eco potente di Fabbri alla mia libera associazione:

 

“Non riconosciamo il mondo che abitiamo. Improvvisamente spaventoso, impossibile da leggere nel suo muovere. L’impressione che guerre e altre crisi si susseguano senza riposo, con puntuale asimmetria. Da qui due corollari confliggenti, dunque identici. La tenera speranza che questa fase sia incubo da cui ci desteremo per tornare alla nostra intronata e dolcissima routine. Oppure, il terrore di scivolare verso l’apocalisse, nucleare o financo ambientale. Ineffabile choc prodotto dall’aver creduto vero l’impossibile, in assenza di strumenti per decrittare la realtà. Per decenni abbiamo appreso che la storia era finita, sostituita dalla fissità degli scambi commerciali, dalla preminenza dell’economia, dalla superiorità morale di alcuni umani (ovviamente occidentali).” (p. 9).

 

Per un nuovo umanesimo radicale

Fabbri sembra alludere ad una sorta di tradizione talmente manifesta da essere impraticabile dall’intelletto borghese, incapace di accedere ai palazzi in cui si prendono le decisioni che ci addormentano nelle nostre abitudini, che fanno di noi occidentali un popolo (un mosaico di nuclei tribali, qualche volta evolutisi in villaggi polisemici) evidentemente acquiescente, che si crogiola sulle antiche fondamenta del Sacro Romano Impero, della Magna Grecia e della tradizione giudaico-cristiana: un popolo che ha perso il significato delle scarpe rotte, delle suole strappate, della condizione umana che ancora dovrebbe elaborare il nuovo umanesimo radicale, come direbbe Erich Fromm[2].

 

Un libro sbarazzino che colpisce nel profondo

La fascinazione di questo libro è generata da tre fattori che si intersecano:

 

  1. una scrittura immaginale che apre sempre a nuove metafore, si potrebbe dire mitopoietica;
  2. uno sguardo storico che rovescia il pensiero dei conquistatori, componendo mappe di ordine diverso, con prospettive controintuitive;
  3. una passione psicologica per il sentire profondo dell’essere umano, per il discorso cieco dell’uomo occidentale sulle differenze, offrendo al lettore una istanza antinarcisistica a cui accedere, che apra al cambiamento partendo dall’insight sull’inconscio sociale e collettivo.

Dario Fabbri sembra inconsapevolmente dialogare con Erich Fromm quando descrive le nazioni come individui alla ricerca di appartenenza e identità. Fromm in Escape from freedom analizza come gli esseri umani cerchino rifugio in strutture autoritarie o ideologie totalizzanti per sfuggire al vuoto esistenziale, alla loro condizione di “gettatezza” nel mondo. Analogamente, Fabbri mostra come le nazioni, nei momenti di crisi, si aggrappino a narrazioni mitologiche o a strategie di potere che spesso celano una minorità percepita quasi come ontologica.

 

La scuola di Francoforte e l’idea di razionalità strumentale

La Scuola di Francoforte, e in particolare Theodor Adorno e Max Horkheimer, fornisce un ulteriore strumento interpretativo per comprendere la geopolitica di Fabbri. L’idea di “razionalità strumentale” – un’eccessiva enfasi sulla tecnica e sull’efficienza – può essere vista nelle decisioni politiche che trascurano la dimensione umana in favore di calcoli strategici. Eppure, come sottolinea Herbert Marcuse, questo ordine repressivo genera conflitti latenti che alla fine esplodono, proprio come accade nei teatri geopolitici descritti da Fabbri.

 

Guénon e l’assenza di una élite intellettuale in Occidente

Leggere Sotto la pelle del mondo è di per se stesso un viaggio nelle molteplici dimensioni dell’essere, direbbe Guénon; è proprio il filosofo francese in Oriente ed Occidente a sostenere che

 

Ai giorni nostri, [perciò], l’élite intellettuale come noi la concepiamo in Occidente di fatto non esiste; le eccezioni […] individui che sono per la maggior parte estranei al mondo occidentale, giacché dal punto di vista intellettuale devono tutto all’Oriente: essi si trovano pressappoco nella situazione degli Orientali che vivono in Europa, i quali sanno sin troppo bene quale abisso li separi mentalmente dagli uomini che li circondano” (III, Costituzione e compito dell’élite, p. 197).[3] È un tratteggio che trasluce in tutte le 223 pagine, in cui Fabbri ridisegna 12 cartografie del potere: sembrare ricalcare un Atlante di topoi geopolitici con la spietata lucidità del socioanalista e il rigore dell’antropologo abitato da psyché (ψυχή): Dal Momento degli Stati Uniti, all’Illusione indiana, passando da Israele contro di sé fino a Il valore del Messico e per dulcis in fundo, L’Italia fuori dal mondo.

 

L’Autore (Roma, 1980; con collaborazioni di rango da Gnosis a Limes, dalla Rai a La7 a San Marino TV, fino ai podcast per Intesa San Paolo) transita con agilità attraverso le insidie del Medio Oriente, spaziando su scenari dell’inconscio collettivo che aprono ad un rapporto in cui la coazione a ripetere di Sigmund Freud si avvicenda al pessimismo e costituisce un terreno transferale su cui lavorare, un conflitto da cui partire per una possibile discussione. La pulsione di Thanatos – distruttiva e autodistruttiva – emerge nei conflitti bellici e nelle guerre economiche, mentre Eros si manifesta nei tentativi di cooperazione e dialogo tra le nazioni. Inoltre, Fabbri descrive il transfert geopolitico: le proiezioni che una nazione riversa su un’altra, vedendola come alleata, nemica o rivale, riflettono processi psichici collettivi che ricordano i meccanismi del transfert, ma anche dell’emersione di complessi collettivi e nevrosi post-traumatiche interregionali.

 

Fabbri analizza i grandi temi delle relazioni internazionali attraverso un’ottica inedita: non solo fatti e numeri, ma anche simboli, archetipi e paure collettive. Ogni capitolo è un invito a esplorare il mondo “sotto la pelle”, là dove si celano le ragioni profonde dei conflitti e delle alleanze. Ad esempio, il rapporto tra Stati Uniti e Cina viene descritto non solo come una competizione economica e militare, ma come uno scontro di visioni del mondo: una dinamica quasi edipica, in cui l’antico ordine cerca di contenere l’ascesa del nuovo; anche Jung esplorò il rapporto tra Oriente ed Occidente.

 

Un inciso sull’Iran

Per inciso, scrive Fabbri al quinto capitolo L’Anima dell’Iran (pp. 91-93):

 

“Come gli altri esseri umani, anche gli iraniani sognerebbero di replicare la nostra società. Con tenera eccitazione, l’oleografia di qui ostenta la presunta volontà altrui di abbracciare gli irresistibili ‘valori occidentali’, rappresentazione posticcia quasi quanto l’utilizzo del termine governance. Dopo ventisette secoli, gli iraniani avrebbero finalmente stabilito di vivere come noi, ripudiando senza nostalgie il proprio ethos. Approdati alla consapevolezza, vorrebbero tradurre in casa propria la società vista (clandestinamente) alla televisione oppure online. […] Ma sulla Terra in barba alle nostre allucinazioni, gli iraniani non ne hanno alcuna intenzione. Piuttosto, come insegna la storia, non hanno mai rinunciato alla propria alterità. […]”. La Persia si percepisce centro del mondo, gelosa della propria differenza. Quasi duemila anni prima dell’era comune il movimento dei protoariani verso il subcontinente indiano gemmò il sanscrito e la dottrina vedica, respiro di ogni ragionamento indoeuropeo. Eppure, come visto, cinquecento anni gli stessi iranici stanziati in Persia respinsero la cosmologia distillata oltre il Punjabi dai cugini vedici, pure se di comune semantica. L’Iran pretendeva unicità financo dai parenti stanziati nella pianura indo-gangetica”.

 

Si tratta evidentemente di un respiro antropologico che si muove nella direzione delle antiche storie dei nomadi, delle religioni comparate, dei simboli che hanno attraversato il mondo arcaico trasformandosi in un tessuto pieno di addensamenti di ricchezza e di sentimento del mondo, e di avvallamenti desertici e svuotati di ogni identità.

 

Conclusioni

La geopolitica, nella sua essenza, è la scienza delle relazioni umane su scala planetaria. Tuttavia, con Dario Fabbri, essa si rivela anche come un’arte che svela le tensioni più profonde della psiche collettiva, intrecciando strategia e pulsioni emotive, ridisegnando ogni volta la mappa ma anche facendo emergere occulte regole del “grande gioco”. In Sotto la Pelle del Mondo, Fabbri ci conduce in una dimensione complessa ma appassionante come un romanzo; dove il ragionamento e l’imponderabile si fondono.

 

Erich Fromm ha posto al centro del suo pensiero sull’Uomo la necessità di un umanesimo radicale, capace di riconciliare l’individuo con se stesso e con la società. In opere come Avere o Essere? e Psicanalisi della società contemporanea, Fromm denuncia l’alienazione dell’uomo moderno, immerso in una società dominata dal “consumo” e dalla perdita di significato: un consumo non solo di beni e servizi, di energie e risorse ambientali: oggi diremmo con Fabbri, di una erosione dell’attesa eroica, una sorta di “depressione”, come ha spesso stigmatizzato a proposito della popolazione americana.

 

Questa prospettiva si allinea alla diagnosi di Fabbri sull’Occidente come un insieme di società “acquiescenti,” che si adagiano su un passato glorioso senza riuscire a confrontarsi con le sfide del presente, che non è antistorico, ma sempre in qualche modo in fieri, astorico, impossibile – per i più – a decifrarsi. L’incapacità dell’Occidente di “riconoscere il mondo che abita” e di leggere le crisi contemporanee riflette quel senso di alienazione che Fromm attribuisce alla perdita dei valori umanistici. Tuttavia Fromm pone l’accento chirurgico sulla componente aggressiva dell’Uomo, che diventa narcisismo, regressione, necrofilia, quando non può più evincersi dal dato bellico ed è costretta a fare i conti con il limite posto dall’identità dei popoli che l’Occidente vorrebbe redimere imponendo (in una sorta di paradosso valoriale) la “democrazia”. Scrive lo psicoanalista di Francoforte sul Meno:[4]

 

… si pone il problema se spargere sangue non implichi forse un piacere arcaico diverso dal piacere di uccidere”. A un livello profondo, arcaico di esperienze, il sangue è una sostanza molto particolare. Quasi dovunque è diventato simbolo di vita e di forza vitale, una delle tre sostanze sacre emanate dal corpo. […]. Ben noto è l’uso del sangue per scopi religiosi. Nei loro rituali, i preti del tempio ebraico spargevano il sangue degli animali massacrati; i preti aztechi offrivano agli dei i cuori palpitanti delle vittime. In molte usanze rituali, per confermare simbolicamente la fratellanza, si mescola insieme il sangue delle persone coinvolte”.

 

Come Gottfried Benn, lo sguardo di Fabbri abbraccia la sofferenza e il deterioramento come movimenti che determinano il cammino, ne diventano parte integrante, sfiorando a volte, come per Israele, una nevrosi di destino: anche Fabbri sembra alla ricerca, con il suo sguardo ironico, di una forma di bellezza o verità. Niente di nuovo, Dario, al termine della notte.

 

Note

[1] TURIN

“Ich laufe auf zerrissenen Sohlen”,

schrieb dieses große Weltgenie

in seinem letzen Brief-, dann holen

sie ihn nach Jena-; Psychatrie.

Ich kann mir keine Bücher kaufen,

ich sitze in den Librairien:

Notizen -, dann nach Aufschnitt laufen: –

das sind die Tage von Turin.

Indes Europas Edelfäule

an Pau, Bayreuth und Epsom sog,

umarmte er zwei Droschkengäule,

bis ihn sein Wirt nach Hause zog.

 

TORINO

“Cammino con le scarpe rotte”

scrisse questo genio universale

nella sua ultima lettera – poi

lo portano a Jena – psichiatria.

“Non posso comprarmi i libri.

li leggo nelle librerie

appunti – poi a prendere l’affettato –

questi sono i giorni di Torino.”

Mentre la nobile muffa d’Europa

di Pau, Bayreuth ed Epsom si nutriva,

lui abbracciava due ronzini,

finché il padrone non lo trasse a casa.

 

di Gottfried Benn, 1935

 

La poesia è tratta dalla raccolta Statische Gedichte , la traduzione, è di Giuliano Baioni (Poesie statiche, 1935-1946Einaudi, Torino, 1972). L’episodio riferito -lo scoppio conclamato della follia- è del gennaio 1889. Gottfried Benn (Mansfeld, 2 maggio 1886 – Berlino, 7 luglio 1956) è stato un poeta, scrittore e medico tedesco.

 

[2] Erich Seligmann Fromm (Francoforte sul Meno, 23 marzo 1900 – Muralto, 18 marzo 1980) è stato uno psicologo, psicoanalista e filosofo tedesco.

 

[3] René Guénon, Oriente e Occidente. Piccola Biblioteca Adelphi 685, Milano, 2016, traduzione di Pietro Nutrizio. Titolo originale: Orient et Occident, Paris, Payot, 1924.

 

[4] Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana. Mondadori, Milano 2004. XI. Aggressione maligna. Crudeltà e distruttività. Distruttività apparente. p. 339. Titolo originale: The Anatomy of Human Destructiveness, 1973.