Recensione a “Shine”
Esortava Gustave Flaubert: «Ama l’arte; fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno». Certamente le opere di Koons non contraddicono, ad un’analisi disincantata, il postulato flaubertiano, tuttavia l’occhio potrebbe ingannarsi a causa dei meccanismi percettivi legati all’uso delle potenti vernici riflettenti applicate alle vaste superfici metalliche, tese come carta tirata su enormi uova di cioccolata d’acciaio, a costruire opere di dimensioni totemiche e talvolta monumentali.
Ieri, in mezzo alla folla del boulevard, mi sono sentito sfiorare da un essere misterioso che avevo sempre desiderato conoscere, e che riconobbi immediatamente senza avere mai visto. C’era senza dubbio, da parte sua, un desiderio analogo nei miei confronti, perché mi fece, passando, una significativa strizzatina d’occhio, alla quale mi affrettai a rispondere.
Lo seguii con attenzione, e poco dopo discesi dietro di lui in una sotterranea, abbagliante dimora, nella quale risplendeva un lusso che nessuna delle abitazioni superiori di Parigi poteva lontanamente eguagliare. Mi sembrò strano di essere potuto passare così spesso accanto a questo prestigioso rifugio senza indovinarne l’ingresso.
Vi regnava un’atmosfera squisita, anche se frastornante, che faceva dimenticare quasi istantaneamente tutti i fastidiosi orrori della vita; vi si respirava una cupa beatitudine, analoga a quella che dovettero provare i mangiatori di loto quando, sbarcando su un’isola incantata, illuminata dal chiarore di un eterno mezzogiorno, sentirono nascere in sé, al suono cullante di melodiose cascate, il desiderio di non rivedere più i loro penati, le loro mogli, i loro figli e di non tornare mai più a solcare le onde del mare.
Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi. XXIX, Il giocatore generoso (1855-1864)
Abstract
L’opera di Koons non tollera il dettaglio stridente. Per una questione di perfezione, non tollera l’inciampo dell’inconscio dell’artista: il suo atto mancato, la sua follia, la sua dimenticanza. Non ha le crepe bruciate di Burri, non ha le faglie cruente di Bacon, non ha i tagli violenti di Fontana, e nemmeno la grandiosa veemenza dolorosa di Louise Bourgeois, anche quando la centenaria francese clonava falli ab-reattivi per esorcizzare un padre irrappresentabile. Le forme di Koons sono ellitticamente pure, anche quando imitano le pieghe radenti nel famoso “Coniglietto”, alto poco meno di un metro e che simula un giocattolo aristocratico, quasi a sfidarne la banalità: chi di noi non ha posseduto un coniglietto da bambino, non vi è nulla di speciale in un coniglietto, salvo essere il “nostro” coniglietto; tuttavia, Koons ne fa un esempio di unicità anti-storica, depotenziata del valore soggettivo, poiché le pieghe del tempo – di quando probabilmente il coniglietto funzionava da oggetto transizionale – sono congelate dentro la fredda scocca in cui arretra la luce, rifrangendovisi in mille piccolissime convessità.
